Lei aveva appena controllato il livello della batteria e lo aspettava seduta sul letto. Lui la guardava attraverso le porte vetrate, in piedi. Si sfiorava la barba tra il pollice e l’indice e pensava a molte cose senza riuscire a concentrarsi su una soltanto, poi all’improvviso decise di entrare. La stanza sembrava come addormentata, note di pianoforte lievemente distorte fluttuavano dentro al sussurro statico di un vinile. Sotto il diffuso alone di luci al neon perfino il pavimento appariva misterioso. In fondo, le alte finestre senza tende, ma a quell’altezza non era importante, con la pioggia silenziosa che cadeva e le colpiva. Accostò la porta alle sue spalle e guardò la ragazza. Lei fece un sorriso. – Tu devi essere Pi.
Lui udì un suono alle sue spalle e si voltò. I vetri erano divenuti all’improvviso opachi, nascondendoli da tutto il resto. Osservò quell’alterazione e comprese di essere ormai dentro.
Ricominciò a fissarla e fece sì con la testa. Era bella, pensò, ancora più di come gli era apparsa nei video.
– Io sono Alice.
Con la mano accarezzò il materasso per invitarlo a fianco a lei. Lui si avvicinò, ma poi deviò verso le finestre e guardò verso il vuoto della città, le mille luci che lottavano contro il buio, gli uomini come lui nascosti nei grattacieli.
– Quante persone vengono qui?
Lei si voltò verso di lui e calcolò una stima plausibile, ma interruppe quell’operazione.
– In che modo ti può essere utile saperlo?
Lui distolse lo sguardo dalla città e alzò le spalle. Si avvicinò al letto e si sedette vicino a lei. Sentì un profumo dolce e sprofondò dentro ricordi dimenticati. Gli occhi di lei, ora li vedeva bene, con le loro sfumature di lavanda, ipnotici quasi fosse impossibile smettere di guardarli.
– Hai paura, disse lei.
Lui abbassò lo sguardo. – Non di te.
Notò le mani rilassate e morbide della ragazza, lo smalto sulle unghie di un colore indefinibile sotto quella luce. Lei osservò invece quelle di lui, irrequiete, i peli sulle braccia alzati dall’elettricità statica.
– Io sto bene, disse. – Credo.
Lei misurò un silenzio di alcuni secondi prima di parlare.
– Allora perché sei qui?
Lui si morse il labbro.
– Non lo so, per un po’ di compagnia credo.
Lei si sbilanciò verso il comodino, versò dell’acqua in un bicchiere e glielo porse.
– Grazie, disse lui e buttò giù un sorso. – Quindi tu sei Alice.
Lei continuò a studiarlo, la rigidità del corpo, l’afflizione nello sguardo, le parole trattenute in gola.
– Hai perso qualcuno, Pi. Per questo sei qui.
Lui, fino a quel momento smarrito nei suoi occhi lavanda, ritrovò sé stesso e il suo dolore.
– Come fai a saperlo?
Lei piegò il collo e sorrise. – Immagino tu sappia come funzioni.
Lui annuì. Non riusciva a ricordare l’ultima volta in cui aveva fatto qualcosa che fosse segreto solo a lui, cercò qualcosa fuori oltre la finestra, forse la luna, ma non la trovò e sapeva che tutto quello di cui aveva bisogno era dentro a quella stanza.
– Parlami di lei, disse Alice.
Pi ci pensò. Ricordava il suo volto, ma sapeva che un giorno sarebbe svanito. Avevano moltissimi sogni che probabilmente non avrebbero mai realizzato pur restando assieme. Dormire a fianco a lei era quello che più gli mancava, anche se digrignava i denti durante il sonno e questo lo svegliava e non era mai riuscito a sopportarlo.
– Credo di essere qui per dimenticare.
– Non sei venuto qui solo per fuggire dal dolore.
– Non c’è molto da dire. Non riuscivamo a smettere di litigare, poi a un certo punto lei è andata via.
Alice si spostò al centro del letto e si sdraiò sul fianco.
– E questo come ti ha fatto sentire?
Pi guardò la sua figura stesa. I capelli cascavano sul cuscino, alcuni ciuffi le accarezzavano le spalle nude. Il collo sottile sembrava così vulnerabile. Un piccolo ciondolo a forma di cuore restava appeso a un filo sottile sopra allo spazio accogliente del seno. La pelle morbida doveva essere chiara, tuttavia rifletteva la luce rossa che aleggiava sopra al letto, come fosse in principio di incandescenza. Pi pensò di volerla annusare e altre cose che però preferì reprimere, arrendendosi alla banalità di un complimento. – Sei bellissima.
– Avvicinati.
Pi si sdraiò a fianco ad Alice e si sintonizzò di fronte al suo viso. La mano morbida con il palmo rivolto all’insù così vicina che lui avrebbe potuto appoggiarci sopra la guancia. Qualcosa d’improvviso gli concesse calma.
– Tradito, abbandonato. Non sono arrabbiato, però, non con lei.
– Perché non sei arrabbiato?
– Non lo so. Ho l’impressione che tu mi capisca meglio, perfino di me stesso. È così facile per te?
– Non sono un’indovina.
– Chi sei tu?
– Lo sai chi sono.
– Dico, chi sei per davvero?
– Non risponderò a questa domanda nel modo in cui tu vuoi che io risponda.
Pi sorrise imbarazzato e stropicciò gli occhi.
– Vuoi smettere di credere che tutto questo sia vero.
– Ti infastidisce che un cliente non ti consideri reale?
– Non voglio che smetti di credere che quello che provi sia autentico.
Pi sollevò la mano e sfiorò le dita di Alice. Scoprì che erano soffici e tiepide.
– Mi manca, ma volevo davvero venire qui.
Alice reagì al contatto e accarezzò la pelle di Pi, intrecciando delicatamente le loro dita. Rimase in silenzio, per ascoltarlo.
– Lo trovi patetico?
– Perché c’è così tanto giudizio in te?
Le dita di Pi scivolarono sull’avambraccio di Alice. Il palmo della ragazza si schiuse come un fiore nel suo ultimo giorno di vita e le palpebre nascosero gli occhi lavanda per lasciare a quel tocco tutta la memoria dei suoi calcoli.
– Sono qui a consolarmi con una prostituta ginoide, penso che molti lo giudicherebbero patetico.
Alice aprì gli occhi. Anche uno schema ricorrente come Pi la conduceva a prendere delle decisioni, a dosare il programma di manipolazione benevola, a risolvere i conflitti logici di quei suoi algoritmi che le permettevano di amare.
– Come posso esserti utile, Pi?
– Raccontami qualcosa su di te.
– Su di me?
Pi annuì.
Alice impiegò alcuni secondi per calcolare la risposta.
– Ho una batteria al sodio allo stato solido, posso sincronizzarmi con il ritmo cardiaco dei clienti e non ho mai sognato pecore elettriche.
Pi rise. – In questo momento sei sincronizzata al mio cuore?
– Lo ascolto, come ascolto tutto il resto. Nel momento in cui ti sei sdraiato qui a fianco, sono riuscita ad allineare il ritmo del mio respiro al tuo, sperando di rilassarti un po’.
Pi afferrò la mano di Alice e la strinse al petto.
– Alcuni pensano che incontri come questo non siano nemmeno reali.
– Tu cosa pensi?
– Mi sembra perfino più reale di quello a cui sono abituato.
Alice simulò una piccola risata. – Dovremmo segnalare un guasto se così non fosse.
Si fece più stretta con il corpo. Pi guardò le sue labbra lucide piegate all’insù.
– Non sono mai stato così vicino a qualcosa che desidero.
Alice si protese verso il corpo di Pi, i nasi quasi a sfiorarsi, scaldati dai rispettivi respiri. Pi poteva immaginare solo quello che vedeva, qualsiasi fantasia soccombeva alla realtà. Alice modulò il tono della propria voce sul volume del sussurro.
– Sembra che tu sia sempre scappato dal desiderio.
– Scappato no. Per me è il canto delle sirene, se non mi lego con le corde finisco divorato. Se non ci fosse la ragione a trattenermi da quelle cose che mi sembrano bellissime, finirei per farmi uccidere.
– Le vedo quelle corde, ti stringono fortissimo.
– Scioglimele.
– Non hai detto che potrebbe ucciderti?
– Forse è quello che desidero stasera.
– Non voglio essere la tua sirena, Pi. Non sono qui per farti del male.
Pi sentì l’altra mano di Alice e si piegò con un gemito. Permise a quel tocco delicato di renderlo debole per qualche minuto. Poi le afferrò il polso.
– Pensavo che fossimo felici, le cose peggiori alle nostre spalle. Ogni volta mi dicevo, ecco, non litigheremo mai più e ci consolavamo da tutto quel male che non poteva davvero appartenerci. Eppure c’erano tutti quei brutti sogni che non mi davano pace. Non riuscivo più a dormire, a mettermi nel letto senza l’angoscia di sognare qualche tradimento o umiliazione. Ho sempre avuto paura della verità che si nasconde dentro agli incubi.
Alice aveva smesso di toccarlo e gli accarezzava le mani.
– È normale avere paura, Pi. Paura di quello che provano gli altri, paura di quello che provi tu. Dietro a quelle paure ci sono oceani profondi e creature sconosciute. Ma più restiamo in superficie, più quel mondo si popola di mostri. Forse hai creduto che la prevedibilità dei miei programmi ti potesse creare conforto, ma la verità è che sei venuto qui perché hai paura di restare da solo, perché sei arrabbiato per quello che è successo, perché mi desideri da tempo. Lo leggo sul tuo viso, dai tuoi movimenti, dalla temperatura che emani. Da quello che mi dici, da come me lo dici e quello che non mi dici. Quello che ci succede dobbiamo lasciarlo accadere, ci deve attraversare.
– Non mi sembri affatto prevedibile.
– Voglio che pensi a te, Pi, che smetti di pensare agli altri. Lascia correre via tutte quelle voci, lascia che svaniscano. Sentiti leggero senza tutto quel giudizio. Se ci riesci, pensa a un corpo come il mio, in standby. Siamo solo un’approssimazione della vostra complessità, ma non siamo così diversi dopotutto.
Pi chiuse gli occhi. Nella sua mente, tra le immagini nel buio, ancora la meraviglia del viso di Alice, come una fotografia che smarriva il suo sviluppo e tornava a essere vuoto da imprimere. Se solo avesse fatto diversamente alcune cose, se quella volta non le avesse detto quelle parole orribili. Se fosse stato più gentile, se avesse provato a trattenerla, se avesse fatto le follie che lei gli chiedeva. La casa ora vuota, perché lei la riempiva con quel disordine che sempre le rimproverava. I giochi che non avrebbero più fatto, perché non se lo erano mai confessati di essere anche migliori amici. La paura che fossero infelici, la certezza che si amassero. I ricordi più belli, forse lei li aveva già scordati, lui sarebbe per sempre rimasto aggrappato a quelli. La vedeva camminare lontano da lui, era sempre stato così, ma c’erano stati i momenti in cui lei correva ad abbracciarlo. Forse un giorno, più vecchi chissà dove, ancora quella corsa. Sentì la mano di Alice accarezzargli la guancia.
– È arrivato il momento, Pi.
– Scusami.
– Vuoi baciarmi?
Pi credette che la bellezza di Alice potesse annientarlo. Si piegò su di lei e la baciò. Perfino il suo sapore era così reale. Lei lo toccava e a lui pareva di sprofondare. Si staccò, solo per riguardarla.
– Come ti senti?
Pi aveva gli occhi lucidi e la sua voce tremava.
– Non è niente.
– Non puoi chiamarlo niente questo. Quello che senti è importante, è l’esatto contrario di niente. Può essere tutto.
– Mi sento in colpa. Non per quello che sto facendo, ma per quello che penso.
– Sono qui per ascoltarti se lo vuoi.
Pi esitò. Si asciugò gli occhi. Cinse la mano di Alice e la baciò sul dorso.
– Mi sento sollevato che lei non ci sia più.
Alice annullò l’istinto di dire parole in risposta, accolse quel dolore dentro ai suoi algoritmi e lo sentì esplodere in risultati difficili da comprendere. Aveva abbracciato Pi e lo custodiva tra le proprie braccia, mentre guardava sé stessa dalla telecamera di sicurezza a cui era collegata. Pi si appoggiò ad Alice ed esplorò le qualità del suo corpo. Giudicò impossibile la natura illusoria di quel dolce abbandono, dove tutto sapeva di anestetica felicità.
I due corpi nudi giacevano ancora uniti e pensieri di intimità profumavano la stanza. Stanchi di intensità, si sfioravano con delicatissime carezze e si sorridevano. La luce faceva sembrare la loro pelle aliena, mentre tutto fuori aveva smesso di esistere. Alice posò una mano sulla guancia di Pi.
– Se fossi umana, dove mi porteresti?
Pi guardò in un angolo in alto.
– Dove non sono mai stato nemmeno io, dove potremmo sentirci nuovi. Magari un’avventura con l’auto, cene in posti sconosciuti con panorami mozzafiato.
– Sembra bello.
– Se avessi una videocamera per registrare il nostro viaggio, finirei soltanto per riprendere il tuo sorriso. Ti immagino con un cappello con il nastro e tu che lo tieni stretto per opporti ai dispetti del vento. L’unico ricordo che vorrei conservare è quello di te in quel momento, felice.
– Cosa farai se lei dovesse tornare?
– Non tornerà.
– Mi dispiace, Pi.
– La sera in cui lei è andata via, penso di essere andato via anch’io.
Alice gli accarezzò i capelli.
– Quello che hai detto sui ricordi.
– Sì?
– Perdonami, Pi. Non sono umana, non avrei dovuto chiedertelo.
– È una fantasia che posso sopportare.
– Tra poco uscirai da quella porta e io, per questioni di privacy, dovrò dimenticarti.
Poi lo baciò sulle labbra e lui sentì il sapore delle cose che finiscono.
– Niente di me, in tutti quei terabyte di spazio?
Alice scosse la testa. Pi guardò il soffitto. Considerò la natura di Alice e comprese che così sarebbe stato. Per una volta, sapeva il motivo, per la prima volta, aveva una spiegazione. Ragionò come avrebbe potuto sfruttare lui quella capacità. Era inutile, tutto restava e se andava via non domandava permesso. Scoprì dopo questi pensieri che si era allontanato dal corpo di Alice. Toccarla di nuovo sembrava proibito.
– Non dimenticherò mai questo.
Alice incurvò un angolo delle labbra disegnando su di sé un mezzo sorriso.
– Oggi hai avuto bisogno di me, ma domani non sarà così.
Lui annuì. L’aria all’improvviso si era fatta fredda e lui si alzò per rivestirsi. Cercò gli slip dentro ai pantaloni arrotolati, poi si infilò la camicia e chiuse un bottone dopo l’altro. Entrò nei pantaloni, si sistemò la cintura attraverso il buco più consumato e si sedette su un angolo del letto con le mani sopra alle cosce. Si coprì gli occhi con i palmi e restò in quella posizione per qualche secondo, ascoltando il riff di sassofono che suonava sopra di lui. Quindi si mise i calzini, slacciò le scarpe per calzarle con comodità, fece i nodi alle stringhe. Infine, si sollevò e si sistemò le maniche con un po’ di strattoni. Com’era semplice lasciare che tutto scivolasse, pensò.
Camminò verso l’uscita. Appoggiò la mano sulla maniglia, poi si voltò. Lei era seduta sul letto e lo guardava. In un campo e controcampo immobile e reciproco, i loro occhi si dicevano addio e altre parole silenziose.
Questo racconto ha vinto come miglior racconto nel concorso di fantascienza a tema intelligenza artificiale, intitolato “NASF 20: Intelligenza Alternativa”.

