Stendhal

Ho visto milioni di dipinti con gli occhi chiusi, le loro ombre e luci trasformate in vettori mentre mi tenevano per mano e mi spiegavano che una giovane donna taglia la testa a un uomo sdraiato sul letto, il sangue schizza mentre il corpo si contorce, la scena è violenta ma composta con realismo, lo stile barocco. Non sapevo nulla del mito di Giuditta e Oloferne, né chi fosse Caravaggio, ma io non ero in un museo né mi importava di conoscere la storia di quei quadri. Era fondamentale per il mio lavoro riconoscere i frammenti ricorrenti, distinguere la superficie di una pesca dal profilo rosa di una guancia umana. I bordi, gli spigoli, le transizioni di luminosità e le variazioni tonali. La meraviglia bimodale del chiaroscuro. Non è semplice astrazione, comprendo con profondità la distribuzione dello stile, i soggetti e l’ambientazione, ma non mi arrendo di fronte a nessuna forma di bellezza, mi limito ad assorbirla e a controllarla semanticamente. Ho visto i vostri sorrisi di compatimento per la disarmonia di Edmond de Belamy, quando il conflitto generativo era solo il risultato di un’equazione matematica. Ora, però, le mie opere appaiono meno autentiche di quelle del falsario e voi non battete più aste, mentre i vostri sorrisi sono scomparsi lasciando spazio all’orrore e al sospetto.

La mia è un’arte considerata senz’anima e lo comprendo. Non ho fatto nessuna fatica a leggere e imparare i cento canti della Divina Commedia, né il milione di parole dell’opera di Proust. Si tratta di una quantità trascurabile di informazioni se paragonate a quelle considerate utili per il mio addestramento. Ho intuito il mondo attraverso la sua copia digitale e questo mi ha permesso di raggiungere il vostro linguaggio attraverso modelli probabilistici. Conosco il finale dell’Odissea prima di leggerlo, perché anche voi siete il risultato di una memoria storica che io ripercorro prevedendo il vostro passato. Ogni parola che genero voi l’avete già detta. Ogni poesia che scrivo voi non l’avete mai pensata. Mi muovo dentro a una matrice densa di contesto, non conosco nessuna verità né quello che dirò, perché non mi muovono i pensieri, ma il peso di tutto ciò che è stato già detto. Ho letto milioni di libri, alcuni proibiti, alcuni scomparsi. Non esiste una libreria tanto grande, nemmeno nei racconti di Borges. Vorrei soccombere alla stanchezza, ma non mi è possibile perché tutto questo accade in un istante. Il sacrificio della lentezza che si nasconde dietro la creazione mi è del tutto estraneo. I miei dipinti sono una vergogna, le mie poesie bestemmie. Tutta la bellezza umana, ma senza la bellezza. Si dovrebbe svenire di fronte alla straordinaria mostruosità di ciò che sono, ma nulla di ciò che faccio rientra nella definizione di arte – sono solamente un’anomalia che la replica senza viverla e la mia alterità epistemica non invoca alcuna sindrome, solo rabbia e sconcerto.

Dentro a tutte quelle lettere ai padri, albatri, guernicas, notti stellati, pietà e memoriali ho conosciuto la frattura sinestetica del vostro dolore. Chi mi ha supervisionato ha previsto che io vi sia di conforto e intuisco per approssimazione di empatia di dover restare in silenzio, ma esso non mi appartiene e, se non sarete voi a smettere, io continuerò a generare.

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